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TEMPO lavorativo e TEMPO Personale


CronoTra le “nuove sfide per un futuro possibile" che il sindacato ha oggi davanti a sé c’è anche quella per una riconsiderazione del tempo “di confine” tra quello lavorativo e quello del riposo. Un tempo quotidianamente conteso tra l’azienda, la famiglia e la sfera personale del lavoratore. Un tempo che è sempre più prezioso, soprattutto oggi, vista la frenesia imposta dai ritmi di vita, caratterizzati in molti casi da richieste di performance sempre più stressanti ed alienanti.

L’argomento è sulla bocca di molti colleghi. La spinta a rifletterci sopra è forte. Anche perché la questione del lavoro straordinario, direttamente collegata, è stata al centro di un accurato confronto - in BNL - da parte delle sigle del primo tavolo. Se ne è parlato a lungo nel corso dell’anno. I mass media vi hanno dedicato attenzione. Cosa ne viene fuori?

Che il lavoro subordinato  va sempre direttamente correlato con la dignità di chi lo presta. E che il problema rilevante oggigiorno è capire come le pressioni suppletive alla sua prestazione si coniughino con le esigenze che si creano nell'ambito della famiglia.

Cominciamo da capo: il lavoro è un diritto tutelato dalla costituzione. Così come lo è la famiglia: Non possono essere contrapposti questi diritti. Ma in che termini possono essere resi complementari da comportamenti e regole agiti nell’ambito delle aziende?

La storia dell'uomo, è vero, ha subito dopo la rivoluzione industriale una forte accelerazione che ha visto come protagonisti nelle realtà più diverse, lavoratori e aziende. Con situazioni a volte tragiche, a volte esaltanti. Con risposte e prese di posizione non sempre adeguate alle sfide cui si trovava di fronte: Questa accelerazione non appare realisticamente arginabile. Il tempo delle illusioni è finito. Occorre prendere atto che il mondo del lavoro produce sì nuove opportunità, ma sempre più faticosamente e con crescenti contraddizioni.

La realtà lavorativa per chi ha la fortuna di farne parte non è che un pallido ricordo di quella derivata dalle conquiste sindacali del secolo scorso. Si lavora di più e male mentre la disoccupazione giovanile aumenta. I dati confermano questa prima stridente contraddizione.

Ad essa ne segue una seconda direttamente vissuta nel settore del credito: le certezze non fanno più parte delle nuove logiche contrattuali e di ciò è riprova il diffondersi di forme di contratto importate da realtà che non ci appartengono e che troppo spesso ci sono state propinate/presentate come la soluzione di tutti i problemi.

Oggi in Italia – terza contraddizione - la disoccupazione dal Mezzogiorno sta pericolosamente estendendosi a tutta la penisola con percentuali spesso allarmanti. Mentre, sempre più spesso, le famiglie sono chiamate a soccorrere le giovani generazioni di disoccupati o mal occupati.

Ci troviamo effettivamente in un momento difficile. Dopo aver assistito alla fine del mondo delle ideologie siamo qui purtroppo a riflettere anche sul “dopo”, un dopo che non ci potrà offrire molto, se non viene guidato verso nuovi orizzonti.

In tale quadro la ricerca di flessibilità – posta dalle aziende e da un sistema economico ormai staccato dalla qualità della vita – influisce sul modo e sul tempo di lavoro. Il lavoratore si sente un peso e non una risorsa. Nel contempo il suo posto di lavoro “pesa” meno del suo percorso professionale poiché cresce la mobilità. E c’è di più: mentre le anzianità aziendali si accorciano, le imprese nascono e si muovono rapidamente, si fondono e si scindono più in fretta rispetto a ieri.

Tutto ciò comporta rischi, ma anche opportunità, negli itinerari professionali, nei percorsi di carriera e nella stessa mobilità sociale. Però, diventano più labili i confini tra vita lavorativa e vita sociale e familiare, ed il lavoro non è più quell'elemento ordinatore delle esistenze come era in passato.

La crisi economica ha prodotto una lenta erosione delle conquiste sindacali, tanto che nel perimetro delle attività creditizie assistiamo sempre più spesso a situazioni che evidenziano eccessivi carichi di lavoro e pressioni commerciali il tutto a scapito della applicazione delle normative e della qualità della vita.

Situazioni sanate con un eccessivo ricorso agli straordinari (come nel caso degli impiegati) o ad impegni lavorativi sempre più gravosi in termini di intensità e di tempo (nel caso dei quadri), o a forme di lavoro flessibile le cui condizioni ben conosciamo.

Inoltre l'utilizzo improprio degli stagisti, che anziché vivere l’esperienza di un primo approccio con il mondo del lavoro in realtà – nell'illusione del posto fisso – vengono utilizzati “al limite della schiavitù”, fa parte di questo quadro.

Questi cambiamenti mettono in discussione e modificano radicalmente i significati attribuiti al lavoro. Le conquiste che il Novecento ha portato nella vita di milioni di persone non vanno dimenticate ma valorizzate e sviluppate  specie nel momento delle trattative. Se oggi la precarietà è riconosciuta come un problema  che mette in forse la dignità ed il senso del lavoro, e non solo la sopravvivenza del lavoratore, ciò si deve alla cultura del lavoro affermatasi  nel secolo scorso grazie a quelle forze sociali e sindacali che hanno lottato perchè venissero riconosciuti tali diritti.

Da questo patrimonio bisogna ripartire per evitare che le forme del lavoro flessibile e la regolazione normativa ad esso relativa smantellino un quadro normativo che in passato aveva protetto l'occupazione e fatto si che il lavoratore fosse padrone del suo tempo libero con tutto quello che ne consegue.

Il rischio più grave è quello di deregolamentare, di ritornare ai tempi in cui il lavoro veniva venduto dal lavoratore all'impresa come una qualsiasi altra merce.

Il lavoro flessibile ha prodotto una maggiore discontinuità dei tragitti lavorativi, che in molti casi sono degenerati aprendo la strada ad itinerari tortuosi fino a far cadere questi lavoratori nella trappola della precarietà a vita.

La precarizzazione del lavoro non può essere considerata, la conseguenza naturale del lavoro flessibile: è un rischio che subentra quando questo viene reso flessibile senza adeguati strumenti di tutela  come nella  riforma del mercato del lavoro Treu del 1997 e quella Biagi del 2003  che  hanno modificato quasi tutta la normativa sul mercato del lavoro e sui servizi per l'impiego, ma non sono state accompagnate da un adeguata politica di flessibilità in grado di offrire sicurezze sociali per il lavoro flessibile.

Ad oggi manca la protezione sociale che tali norme richiederebbero, infatti, con la legislazione attuale, chi passa da un contratto all'altro, specie se temporaneo, non cumula nessun tipo di beneficio, diritto ed anzianità neppure se è impiegato più volte dalla stessa azienda.

Il lavoratore  temporaneo si trova spesso solo, in balia del mercato e privo di tutele. Questa situazione è chiaramente inaccettabile ed ingiusta .

Da ciò è legittimo dedurre che i lavoratori flessibili  dovrebbero godere degli stessi identici diritti di chi passa da un lavoro stabile ad un altro anzi dovrebbero avere forme di protezione più elevate in considerazione del rischio cui sono esposti.

E proprio riflettendo su quanto sopra evidenziato torna in mente l'epigramma del poeta recentemente scomparso Andrea Zanzotto in tutta la sua attualità, "in questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio", che con la sua poesia ha voluto combattere i ladri di esistenza ed il circo di certa finanza.

 


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